Castiglione di San Martino

La fortezza etrusca di Castiglione di San Martino

Castiglione di San Martino (metà V – metà II sec. a.C) piccola e massiccia fortezza, (m 40 x 20 ca.) occupa la vetta di un’altura a quota 115 s.l.m.; la posizione permette il pieno controllo della rada di Portoferraio e di un vasto tratto di mare aperto. Il primo impianto, datato a circa il 430-420 a.C., è seguito da due fasi antiche di occupazione e da una relativamente recente. La cinta muraria esterna (con base in pietra) nasce con la prima fase, ma gli edifici interni sono costruiti principalmente in legno e mattone crudo, con copertura a tegole; nell’area meridionale restano i letti di palo, alcuni crolli di tetto, una cisterna e una complessa “cucina”, con un bancone-focolare costruito intorno a un grande dolio.

I resti dell’isediamento Etrusco

Nell’area settentrionale ci sono una fucina, un piccolo ambiente e un cortile. Questa fase si conclude con la distruzione e l’incendio; sui resti livellati si leggono le tracce di lavori di ricostruzione: un focolare all’aperto, una piccola fucina, l’immondezzaio che si accumula nella cisterna della prima fase. Questi lavori riutilizzano la cinta esistente, che è dotata della porta orientale e del muro di rinforzo esterno al primo muro meridionale. Ma soprattutto si costruisce, in pietra e mattone crudo, l’edificio meridionale, costituito da due ambienti coperti e da un cortile centrale con tettoia.

La prima fase si conclude con la prima metà del III sec. a.C. e la seconda inizia senza soluzione di continuità; gli ultimi materiali che segnano la fine dell’occupazione antica, risalgono alla metà del II sec. a.C. Della seconda fase sono meglio conservate le strutture che i materiali, danneggiati dai lavori di terrazzamento a scopo agricolo che, probabilmente dal 1600, in parte sfruttano, in parte inglobano la base della cinta muraria, il cui alzato, nel lungo periodo di abbandono, era crollato ‘ungo i fianchi della collina.


La ceramica di Castiglione di San Martino

Mentre le suppellettili da cucina non cambiano molto nel tempo, la ceramica da mensa segue l’evolversi del mercato e il mutamento è assai netto anche nelle anfore da trasporto. Durante la prima fase è di notevole importanza la presenza di ceramica attica (a vernice nera e a figure rosse) datata tra gli ultimi decenni del V e l’inizio del IV sec. a.C.; seguono nel corso del IV secolo, prodotti di origine meridionale e ceramica sovradipinta etrusca; col III secolo prevale la ceramica a vernice nera dell’Atelier des Petites Estampilles, laziale, nonché di altre fabbriche dell’Etruria meridionale.

L’anfora più comune è quella etrusca, accompagnata da una modesta presenza di massaliote e greco-orientati. Nella seconda fase (dalla metà del III sec. a.C.) la ceramica a vernice nera proviene da fabbriche dell’Etruria settentrionale e di quella costiera tirrenica; intorno alla metà del II secolo giunge dalla Campania la cosiddetta “Campana A”. Le anfore, numerosissime, sono quelle greco-italiche molto diffuse in questo periodo e fabbricate in diversi centri dell’Italia centro-meridionale; non manca però qualche frammento di anfora punica.


Costruzioni e vita quotidiana

Dell’alzato dei muri restano solo pochi frammenti di mattone crudo, semicotti dall’incendio che chiudila prima fase; sono numerosi tegole e coppi dei crollo del tetto della prima fase, coperto poi dal battuto pavimentale della seconda fase. Le tegole erano fissate ai travi di legno con chiodi di ferro e di rame; sono frequenti le impiombature.

Il modo di vita, testimoniato dai reperti, sembra non avere variazioni dalla prima alla seconda fase: troviamo vasellame da cucina di ceramica d’impasto grossolano (olle, teglie, coperti, ciotole, brocche) e da mensa di ceramica più o meno fine, verniciata e decorata (soprattutto coppe e piatti).

Sono abbondanti sempre i doli, grandi contenitori per derrate alimentari, liquide e solide, e le anfore vinarie da trasporto, qui usate per l’immagazzinamento, ma riutilizzate anche come contenitori generici, talvolta seminterrati nell’angolo di un’ambiente. Tra gli strumenti per la preparazione del cibi ci sono mortai e un macinello. Sono probabilmente oggetti votivi un attingitoio miniaturistico e un’accettina in pietra verde.

Un’attività familiare di filatura e tessitura è testimoniata da fusaiole, rocchetti e pesi da telaio; scarsissimi oggetti in metallo e una sola moneta di Populonia completano il quadro di una vita non lussuosa ma certo agiata, come prova la ceramica da mensa che fa sempre parte dei buoni prodotti in circolazione sul mercato. La grande quantità di contenitori da dispensa e da cantina fa pensare che la fortezza, di avvistamento e rifugio in caso di pericolo, sia stata anche un “magazzino”, la cui riserva alimentare poteva nutrire, al bisogno, numerose persone; normalmente, per quanto si può dedurre dallo spazio abitabile, ma in via del tutto ipotetica, la presenza doveva essere inferiore ai venti individui.


Alimentazione ed economia

Gli autori antichi forniscono notizie discretamente abbondanti sui cibi più consueti dei loro tempi: da esse si deducono dati generali sui vari tipi di alimentazione e sull’economia che essi riflettono. I dati rimangono però generici se non sono confermati, ampliati e quantificati attraverso l’esame statistico dei reperti archeologici, in questo caso dei resti di pasto, costituiti essenzialmente da ossa di animali (resti faunistici); più raramente sono rinvenuti semi conservati nel terreno o in contenitori da dispensa (vedi Monte Castello). Attraverso il metodo statistico, quando la quantità dei resti è sufficiente, si possono avere informazioni affidabili non solo sull’alimentazione, ma anche sul tipo di economia praticato da un gruppo più o meno ampio di individui. La fortezza di Castiglione di San Martino è un piccolo sito: i dati ricavati però aprono uno spiraglio sull’economia dell’isola nel periodo corrispondente.

Il regime alimentare nell’insediamento Etrusco di Castiglione di San Martino

I resti faunistici rinvenuti in uno scavo forniscono informazioni abbastanza esaurienti circa il regime alimentare e le strategie economiche di una comunità antica. Sappiamo così che a Castiglione di San Martino si consumavano, in ordine d’importanza: bovini (20% ca.) , suini (42% ca.), ovicaprini (34% ca.) e in percentuale molto inferiore equini e pollame.

A eccezione però del maiale, non tutti gli animali domestici erano allevati esclusivamente per la produzione della carne. In base alla età dei soggetti (che deduciamo da una serie di dati quali l’avvenuta saldatura di alcune epifisi, l’eruzione e l’usura dei denti) possiamo concludere che i bovini erano sfruttati innanzitutto come forza-lavoro nelle attività agricole e poi macellati da adulti se non in tarda età, mentre nell’allevamento degli ovicaprini giocava un ruolo economico non secondario la produzione casearia.

In un gregge misto generalmente risultava più economico lo sfruttamento dei soli ovini per la macellazione e di pochi capi di caprini per il fabbisogno di latte, ma se le due specie quasi si equivalgono numericamente ed è discreto il numero di individui macellati in giovane età (condizioni che si verificano entrambe a Castiglione di San Martino) è molto probabile che l’allevamento mirasse anche alla produzione di latticini, oltre naturalmente che al consumo di carne e alla produzione della lana.

La dieta era integrata anche dai prodotti della caccia e della pesca: abbiamo resti di lepri, uccelli, testuggini, pesci e sopratutto molluschi marini. I dati di Castiglione di San Martino e di quei pochi altri siti dove è stato affrontato lo studio dei resti ossei, estendono in sostanza a buona parte dell’Italia antica quanto sappiamo delle antiche abitudini alimentari dei Romani in base alle fonti classiche.


Castiglione di San Martino: utensili da cucina

Il “pentolame” da cottura (riconoscibile anche per l’annerimento dei fondi) è ripetitivo: vasi profondi e stretti (olle), teglie larghe e basse, ciotole si prestano a usi ovvi e poco indicativi. Si distingue per specializzazione un utensile per la preparazione dei cibi, il mortaio a macinello, largo, basso e pesante: in esso i cereali erano messi a macerare con acqua, che veniva poi scolmata e i semi venivano ridotti in poltiglia dal movimento rotatorio del macinello a mano.

Il prodotto risultante, essiccato e non, mescolato ad acqua, latte, formaggio o altro era usato per la confezione di pappe, farinate, focacce. Il mortaio a macinello (il cui uso è dedotto dalle fonti antiche) è un utensile che affianca la macina, ma ha un uso più familiare e poliedrico; la sua larga diffusione contribuisce a testimoniare un tipo di alimentazione che a lungo, prima del pane lievitato, si è basata su altre forme di elaborazione del farro, dell’orzo e del grano, cibi primari del nutrimento di un’ampia fascia di classi sociali


Come raggiungere Castiglione di San Martino

L’area dove si trovano i resti della piccola fortezza di Castiglione di San Martino, si trova in località San Martino, poco distante dalla Villa di Napoleone a circa 3 km da Portoferraio.


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